penati

di Giovanni Urro.

Come nelle peggiori saghe dell’horror, quando pensi che tutto sia finito… no, l’orripilante antagonista è riuscito a cavarsela e si profila di nuovo minaccioso all’orizzonte. Ma non è cinema: è la politica a Sesto San Giovanni. Da qui era partita la parabola dell’astro Penati Filippo: sindaco, poi Presidente della Provincia di Milano, infine uomo forte del Partito Democratico di Bersani, con un coinvolgimento a pieno titolo nella segreteria nazionale. Sembrava invincibile, Filippo. Poi arrivò la magistratura e la parabola iniziò il suo rapido declino. Via dai vertici nazionali, via da ogni incarico politico, addirittura fuori dallo stesso Partito Democratico. Oggi la sua vicenda giudiziaria si è conclusa:  3 assoluzioni e 1 prescrizione che l’ha messo al riparo dal filone principale dell’inchiesta a suo carico, quella sul cuore del cosiddetto Sistema Sesto. Un sistema di vischiose e inopportune relazioni tra imprenditoria locale e politica, con la prima che sosteneva la seconda a suon di bigliettoni e ne riceveva in cambio concessioni edilizie per le proprie speculazioni immobiliari sulle ex aree industriali. Tant’è… La vicenda si è conclusa e il buon Filippo ha potuto esultare, mentre il suo fu segretario nazionale Bersani ha gioito con lui. 

E pensavamo fosse finita qui. Invece

Invece, succede che in un uggioso venerdì novembrino, mentre Sesto San Giovanni si avvia un po’ distaccata e con la nausea verso una campagna elettorale che ai più appare scontata, un bagliore appare in lontananza, e non si tratta del sol dell’avvenire… anzi, il profilo è più simile a quella di un’inquietante Luna nera. Per la verità, il buon Filippo ce l’ha messa tutta per rinverdire l’orgoglio della sestesità miseramente naufragata, della Sinistra senza più verve ed entusiasmo, della Stalingrado che ora correrebbe il rischio di finire in mano pentastellata (Torino insegna, ha detto) o addirittura verde-Lega. Si è spinto oltre in una operazione nostalgia che ha innervato di antichi spiriti guerrieri i fedelissimi quando ha battezzato con l’aggettivo “Popolare” l’assemblea da lui stesso convocata e il Comitato che da essa è scaturito. Sarà sembrato a molti dei suoi fedelissimi di essere davvero tornati ai tempi gloriosi delle sezioni del PCI sparse in ogni angolo della città, delle percentuali bulgare, delle parate e degli Osanna. Invece, l’operazione è di un profilo molto più basso: Penati ha assemblato un’armata Brancaleone raccogliendo quanto il centrosinistra ha perso per strada nel corso degli anni: craxiani ora travestiti da civici, orfani dell’Italia dei Valori, suoi collaboratori di antiche battaglie di cui si è ampiamente discusso nelle aule del Tribunale di Monza, transfughi del Partito Democratico accantonati da una gestione del Partito sempre più esclusiva ed autoreferenziale, persino qualche illustre pater familias di Rifondazione evidentemente abbagliato dalla ridondanza di quella convocazione, (Assemblea Popolare!) riecheggiata in modo così roboante. Nelle parole dell’ex sindaco, ex Presidente, ex segreteria nazionale PD l’intento dell’operazione è quello di evitare che la città finisca in mani inopportune (gialle o verdi che siano) raccogliendo le esperienze civiche sin qui sorte e cooptandole nell’alveo del centrosinistra per garantirne la continuità nel Governo della città. Un’operazione di per sé pure assennata dal suo punto di vista, se per “civico” a Sesto non si intendesse una lista di ex craxiani mai domi e un’altra di ciellini ampiamente sostenuti dalla gerarchia ecclesiastica locale più reazionaria. 

E il Partito Democratico? A fronte della richiesta avanzata da Penati di tenere le primarie, si è scomodato il segretario provinciale Bussolati per declinare l’invito e comunque ringraziare l’illustre ex per quanto vorrà fare al fine di allargare la platea dei consensi intorno al centrosinistra sestese. Insomma, la variopinta armata Brancaleone si appresta a fungere da stampella locale per un centrosinistra oggettivamente in asfissia. Non dubitiamo che anche i dirigenti locali di Rifondazione Comunista non esiteranno a sedere allo stesso tavolo di un simile commensale con cui hanno già condiviso anni di coabitazione al Palazzo Rosso di Piazza della Resistenza.

Intanto, la città langue con le fabbriche che chiudono, i palazzi del terziario che si svuotano, le case popolari che non ci sono più, il Pronto soccorso che ogni notte si popola di sempre più numerosi cittadini senza fissa dimora, i servizi che si vorrebbero smantellare e i palazzi della speculazione che restano involucri di cemento vuoti, monumenti tristi al consumo del territorio e alla speculazione (da Caltagirone a Banca Intesa).

Insomma più che a Stalingrado sembra di essere nella lugubre Pankow di Erick Honecker o al turrito Block di Enver Hoxha. Se almeno, come successo a Tirana, ci arrivasse la movida…

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